HEROES
(D. Bowie)
Editoriale di Maurizio Paterlini (10.05.2004)

Venerdi 16 Aprile 2004: il Manifesto titola "Eroi di scorta". Parla, come altri, di mercenari. Poco prima è stato ucciso Fabrizio Quattrocchi. Il ministro Frattini, ministro degli interni dopo l'interim di Berlusconi ma nessuno si è accorto del cambio, riferisce che "è morto da eroe". A destra fanno eco, tanti. Sono giorni in cui, come sempre, nessuno ha il buon senso di stare zitto nel rispetto di chi è morto!
Per cercare di capire torniamo a tre mesi prima: 13 Gennaio 2004. Muore Tom Hurndall, pacifista britannico colpito alla testa dall'esercito israeliano otto mesi prima. Tom cercava di proteggere, "armato" della sola macchina fotografica, alcuni bimbi palestinesi profughi di Rafah nella Striscia di Gaza dall'avanzata dei carri armati israeliani. Restano le fotografie fatte, i diari resoconto. Ha trovato la morte perseguendo le sue convinzioni, i suoi ideali, fino all'atto del sacrificio estremo per proteggere altri.
Nessuno ha urlato, nessuno ha inneggiato, solo pochi ne hanno scritto e forse sia Frattini che Vespa nemmeno lo sanno. Certo non era italiano, ma non si è eroi perché nati in un paese anzichè in un altro o per definizione ministeriale dopo un talk show. Con Tom Hurndall il silenzio c'è stato, ma peggiore del chiasso attuale, perché è stato un silenzio di omertà.
Letteralmente Fabrizio Quattrocchi è stato un mercenario (prestare la propria opera di combattente al servizio di chi lo paghi) e questo cancella da lui tutto ciò che ne fa un combattente per ideali, per quei valori per i quali si sacrifica per definizione l'eroe. Non conosco quali eventi lo abbiano portato in Irak, forse i facili guadagni? forse la necessità? Posso però dire che la necessità ha portato in Italia migliaia di extracomunitari e che centinaia sono morti nel silenzio e nell'indifferenza chi cadendo da un'impalcatura lavorando in nero chi affogando in mare per salvare i propri figli o per raggiungere una costa di speranza.
Quanti hanno parlato di eroi?
Nassirija: la morte dei soldati italiani, ma pochi giorni fa anche i morti iracheni, e 4 erano bambini, provocati dai nostri soldati per riconquistare una posizione strategica.
Ancora il rumore ed il silenzio in uno stridente contrasto. Il rumore che ha preteso di fare dei soldati morti degli eroi. Il silenzio che è invece seguito ad un'azione di guerra dei commilitoni verso dei civili: il silenzio per quei bambini morti.
Qual è il segno caratteristico allora per essere eroi? Ammettiamolo, e lo ammettano il ministro Frattini ed il "premier" Berlusconi e quanti con loro concordano, non si è eroi per ciò in cui si crede, per come lo si crede, per come lo si porta avanti, si è eroi a seconda di qual è la parte con cui ti schieri, a seconda da che parte stai. E sei tanto più eroe quanto più viene gridato da una poltrona televisiva.
Il cerchio si chiude e capiamo perché il ministro era lì quella sera e come mai non era a marciare con i famigliari da Castel Sant'Angelo a Piazza San Pietro, mentre erano presenti le bandiere arcobaleno. Chi ha deciso per la missione in Iraq ha costantemente bisogno di cercare e creare facile consenso nell'opinione pubblica italiana: con i mass media, con i giornali, con le televisioni controllate e con le trasmissioni compiacenti. Questo dando investiture da eroi, creando eroi.
Pensiamoci: eroe è chi muore in televisione, chi può essere esibito sullo schermo, magari in un contenitore con un conduttore compiacente. Alla società civile che a fatica, lentamente, talora con passi incerti, si riappropria dei propri diritti, della propria volontà a partecipare vengono contrapposti "eroi usa e getta" creati al momento. Gettando in prima pagina le vittime causate "dall'altra parte" e facendo di queste vittime dei simboli, delle incarnazioni viventi di valori condivisi ("vi faccio vedere come muore un italiano") si impedisce all'opinione pubblica di pensare, distogliendola dal reale interrogativo: perché? Perché siamo in Iraq? A difendere cosa? Perché contrabbandare per missione di pace una campagna militare? Perché tollerare ancora una dichiarazione di guerra zittendo l'ONU? Perché una guerra su prove false e costruite (Gran Bretagna) o accusando il possesso di armi mai trovate (USA)? Perché accodarsi per raccogliere le briciole che cadono dal tavolo della spartizione (Italia, Spagna)? Perché due guerre ed un embargo di dieci anni con centinaia di migliaia di bambini morti per deporre un tiranno, sottovalutato fantoccio di comodo sino a cinque minuti prima? Perché muoiono dieci soldati americani al giorno a guerra terminata (come ha detto Bush)? Perché guardando le foto degli irakeni torturati non ci si ricorda di Guantanamo? Perché ancora senza risposta. Ma la risposta non possono darcela coloro che costruiscono finti eroi per farsene paravento. Non possono darcela coloro che, ansimando, continuano a raccontarci la bugia della missione di pace "perché prima c'era un dittatore che ora non c'è più". Ma, attenzione, ho mille dubbi che abbiano una valida risposta coloro che non prendono posizioni definite e che saltellano fra i compromessi mancando del coraggio spagnolo. E saranno attendibili le risposte di chi si riveste ora di non-violenza dopo anni di compagnie ambigue, di regime? La risposta dipende da noi, da noi gente, gente comune, società civile. Dipende da noi come il 20 marzo scorso a Roma e come un anno prima. Dipende dal non accontentarsi delle frasi fatte, delle soluzioni semplici, delle soluzioni egoistiche. Dipende dalla nostra voglia di ricerca, di farci domande. Dipende dalla nostra voglia di partecipare e di contare. Dipende dalla nostra voglia di vivere. Dipende da noi stessi