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Venerdi
16 Aprile 2004: il Manifesto titola "Eroi di scorta".
Parla, come altri, di mercenari. Poco prima è stato ucciso
Fabrizio Quattrocchi. Il ministro Frattini, ministro degli interni
dopo l'interim di Berlusconi ma nessuno si è accorto del
cambio, riferisce che "è morto da eroe". A destra
fanno eco, tanti. Sono giorni in cui, come sempre, nessuno ha il
buon senso di stare zitto nel rispetto di chi è morto!
Per cercare di capire torniamo a tre mesi prima: 13 Gennaio 2004.
Muore Tom Hurndall, pacifista britannico colpito alla testa dall'esercito
israeliano otto mesi prima. Tom cercava di proteggere, "armato"
della sola macchina fotografica, alcuni bimbi palestinesi profughi
di Rafah nella Striscia di Gaza dall'avanzata dei carri armati israeliani.
Restano le fotografie fatte, i diari resoconto. Ha trovato la morte
perseguendo le sue convinzioni, i suoi ideali, fino all'atto del
sacrificio estremo per proteggere altri.
Nessuno ha urlato, nessuno ha inneggiato, solo pochi ne hanno scritto
e forse sia Frattini che Vespa nemmeno lo sanno. Certo non era italiano,
ma non si è eroi perché nati in un paese anzichè
in un altro o per definizione ministeriale dopo un talk show. Con
Tom Hurndall il silenzio c'è stato, ma peggiore del chiasso
attuale, perché è stato un silenzio di omertà.
Letteralmente Fabrizio Quattrocchi è stato un mercenario
(prestare la propria opera di combattente al servizio di chi lo
paghi) e questo cancella da lui tutto ciò che ne fa un combattente
per ideali, per quei valori per i quali si sacrifica per definizione
l'eroe. Non conosco quali eventi lo abbiano portato in Irak, forse
i facili guadagni? forse la necessità? Posso però
dire che la necessità ha portato in Italia migliaia di extracomunitari
e che centinaia sono morti nel silenzio e nell'indifferenza chi
cadendo da un'impalcatura lavorando in nero chi affogando in mare
per salvare i propri figli o per raggiungere una costa di speranza.
Quanti hanno parlato di eroi?
Nassirija: la morte dei soldati italiani, ma pochi giorni fa anche
i morti iracheni, e 4 erano bambini, provocati dai nostri soldati
per riconquistare una posizione strategica.
Ancora il rumore ed il silenzio in uno stridente contrasto. Il rumore
che ha preteso di fare dei soldati morti degli eroi. Il silenzio
che è invece seguito ad un'azione di guerra dei commilitoni
verso dei civili: il silenzio per quei bambini morti.
Qual è il segno caratteristico allora per essere eroi? Ammettiamolo,
e lo ammettano il ministro Frattini ed il "premier" Berlusconi
e quanti con loro concordano, non si è eroi per ciò
in cui si crede, per come lo si crede, per come lo si porta avanti,
si è eroi a seconda di qual è la parte con cui ti
schieri, a seconda da che parte stai. E sei tanto più eroe
quanto più viene gridato da una poltrona televisiva.
Il cerchio si chiude e capiamo perché il ministro era lì
quella sera e come mai non era a marciare con i famigliari da Castel
Sant'Angelo a Piazza San Pietro, mentre erano presenti le bandiere
arcobaleno. Chi ha deciso per la missione in Iraq ha costantemente
bisogno di cercare e creare facile consenso nell'opinione pubblica
italiana: con i mass media, con i giornali, con le televisioni controllate
e con le trasmissioni compiacenti. Questo dando investiture da eroi,
creando eroi.
Pensiamoci: eroe è chi muore in televisione, chi può
essere esibito sullo schermo, magari in un contenitore con un conduttore
compiacente. Alla società civile che a fatica, lentamente,
talora con passi incerti, si riappropria dei propri diritti, della
propria volontà a partecipare vengono contrapposti "eroi
usa e getta" creati al momento. Gettando in prima pagina le
vittime causate "dall'altra parte" e facendo di queste
vittime dei simboli, delle incarnazioni viventi di valori condivisi
("vi faccio vedere come muore un italiano") si impedisce
all'opinione pubblica di pensare, distogliendola dal reale interrogativo:
perché? Perché siamo in Iraq? A difendere cosa? Perché
contrabbandare per missione di pace una campagna militare? Perché
tollerare ancora una dichiarazione di guerra zittendo l'ONU? Perché
una guerra su prove false e costruite (Gran Bretagna) o accusando
il possesso di armi mai trovate (USA)? Perché accodarsi per
raccogliere le briciole che cadono dal tavolo della spartizione
(Italia, Spagna)? Perché due guerre ed un embargo di dieci
anni con centinaia di migliaia di bambini morti per deporre un tiranno,
sottovalutato fantoccio di comodo sino a cinque minuti prima? Perché
muoiono dieci soldati americani al giorno a guerra terminata (come
ha detto Bush)? Perché guardando le foto degli irakeni torturati
non ci si ricorda di Guantanamo? Perché ancora senza risposta.
Ma la risposta non possono darcela coloro che costruiscono finti
eroi per farsene paravento. Non possono darcela coloro che, ansimando,
continuano a raccontarci la bugia della missione di pace "perché
prima c'era un dittatore che ora non c'è più".
Ma, attenzione, ho mille dubbi che abbiano una valida risposta coloro
che non prendono posizioni definite e che saltellano fra i compromessi
mancando del coraggio spagnolo. E saranno attendibili le risposte
di chi si riveste ora di non-violenza dopo anni di compagnie ambigue,
di regime? La risposta dipende da noi, da noi gente, gente comune,
società civile. Dipende da noi come il 20 marzo scorso a
Roma e come un anno prima. Dipende dal non accontentarsi delle frasi
fatte, delle soluzioni semplici, delle soluzioni egoistiche. Dipende
dalla nostra voglia di ricerca, di farci domande. Dipende dalla
nostra voglia di partecipare e di contare. Dipende dalla nostra
voglia di vivere. Dipende da noi stessi
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