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Sicuramente
"le persone importanti" cui sono dirette queste righe
non le leggeranno mai: siamo troppo piccoli. Non ci hanno ascoltato
quando insieme, centinaia di migliaia, esponevamo le bandiere arcobaleno
o sfilavamo per le strade di Roma o nella marcia Perugia-Assisi
e non ci ascolteranno ora su quattro pagine fotocopiate. Ma questo
non ci impedisce di pensare, di prendere posizione, di manifestare
il nostro parere. "Think globally, act locally" ovvero
"pensa in grande (globale), agisci localmente". In questo
si riassume il credo informativo: cerca tutte le fonti possibili
al di fuori degli usuali circuiti inflazionati, filtra le informazioni
e fatti una tua idea, trasferisci poi tutto nel quotidiano in ciò
che vivi ed in chi incontri. Tutt'altro che facile.
Dom Helder Camara (1909-1999, detto il vescovo delle favelas di
Rio de Janeiro) diceva: "Se faccio la carità ad un povero
tutti mi applaudono, se chiedo perché è povero mi
dicono che sono un comunista".
Questo spiega tante nostre ansie, tante paure di noi bravi cristiani
praticanti. Prendere posizione al di fuori delle nostre quattro
mura ci inquieta: è la paura di essere tacciati come comunisti
se ci chiediamo il perché.
Basterebbe seguire Giovanni Paolo II, non uno qualsiasi, basterebbe
coerentemente accompagnarlo nelle sue fatiche e farle nostre. Ma
forse non ci appartengono ed anche da lui accettiamo qualcosa e
gettiamo qualcos'altro che non ci piace. No alla guerra! No alla
guerra! Da solo, con qualche missionario sovversivo (comboniano),
con qualche prete strano ed attorno il silenzio o la compassione
per quel vecchio Papa che non poteva dire altro. Che splendido compagno
di viaggio per chi ha continuato ugualmente a crederci, che splendido
e costante punto di riferimento. E che splendido compagno, ora,
nel silenzio per i ragazzi di Nassirya. Atteggiamenti uniti dal
profondo rispetto per tutte le vite umane e dal dolore provocato
dalla stoltezza umana. Ho cercato le stesse parole durante l'omelia
della celebrazione funebre in San Paolo, ho cercato parole che accomunassero,
senza distinzione, tutte le vittime indipendentemente dalla loro
bandiera o fede religiosa o ceto sociale, ma non le ho trovate.
Ho colto solo una benedizione preventiva verso eventuali ulteriori
vittime, che già si susseguono incessanti in questi giorni.
Come nel Medio Evo con i cavalieri che partivano per le crociate.
Ho colto l'imprimatur verso una missione che di pace non ha nulla,
perché non credo che la pace si porti in casa altrui con
le armi. Ho colto una voce forte e ferma anche il giorno successivo
alla 52a assemblea generale della CEI, ad Assisi, riaffermare la
stessa posizione.
Ho letto (La Libertà, 22.11.2003) le parole di monsignor
Betori, segretario generale della CEI: "la CEI non considera
quella dell'Iraq di oggi una situazione di guerra, o guerra ingiusta,
ma la situazione di dissoluzione di un paese". Ho colto queste
cose con il disagio di un distacco con la gerarchia in cui continuo
a credere. Avrei preferito, e continuo a preferirlo, che monsignore
Ruini avesse parlato all'inizio del conflitto per scongiurarlo,
non ora schierandosi, avremmo avuto una voce in più, in sintonia,
ne saremmo stati tanto felici noi poveri cattolici sognatori; sognatori
di una chiesa sempre più dalla parte degli ultimi, schiva
di compromessi, che viva la propria fede "senza se e senza
ma".
"Com'è
vero che io vivo, afferma il Signore Dio, io non voglio la morte
dell'empio,ma che si converta dalla sua condotta e viva"
(Ezechiele 3,11)
Paterlini
Maurizio
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